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domenica 19 ottobre 2014

freddo

Una volta chiamavo te quando mi sentivo crollare, l’unica amica a cui avrei potuto raccontare tutto.
E tu correvi, per una sigaretta, per una birra, per un abbraccio.
Che fossero o meno orari decenti, correvi.
Tutti che ci guardavano basiti quando raccontavamo di non essere mai stati innamorati dell’altro.
Era tutto ciò che sembrava, che tu fossi innamorata di me, che io lo fossi di te.
A noi non è mai importato nulla, gli davamo pure corda, ridevamo nell’ignoranza, di quelle persone piccole, che non vedono più in la del proprio naso, che perdono tempo giudicando tutto pur di non giudicare la propria strada.
Poi ci siamo colpiti così a fondo che mi si è aperto un buco nero nel petto, tu sei uscita dalla porta, lasciando tutto aperto, e mille schegge che andavano sempre più a fondo.
Con te me ne sono andato anche io, io che non credo più in nessuno, men che meno in me stesso.
E qui tutto si fa scuro, sempre più scuro, non vedo luce se non in alcuni giorni in cui il sole mi abbraccia e mi fa sentire al sicuro.
Poi torno solo, vuoto, insignificante e dimenticabile.
Mi rannicchio nei ricordi, come fossero una coperta con cui proteggersi dal freddo,
In quei ricordi così lontani da sembrarmi finti, mi addormento così, pieno di tempeste che mi attraversano la pelle.

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